Vuoi essere felice? Usa la testa……poco!

30 Nov
novembre 30, 2014

Felicità e mind-wandering

da Matt Killingsworth

Quali sono le cause della felicità umana? E’ una domanda importante per la quale ancora non ci sono risposte definitive. Ci sono diverse condizioni quali il reddito, l’educazione, il matrimonio. Ma i risultati scientifici sono sorprendenti: fattori come questi non sembrano avere forti effetti sulla felicità percepita. E’ vero, le persone sono più contente se hanno più soldi che se ne hanno meno, se sono in coppia piuttosto che single, ma le differenze sono modeste.

Sebbene I nostri obiettivi di vita ruotino attorno alle pietre miliari rappresentate dal lavoro e dalla familgia, Matt Killingsworth ha ipotizzato che la felicità abbia maggiormente a che fare con le esperienze vissute nel momento presente. Certo, sembra che una serie di aspetti, quali cosa stiamo facendo, con chi siamo e a cosa stiamo pensando, abbiano una rilevante importanza sulla nostra felicità, ma rimangono difficilmente esplorabili dallo studio scientifico.

Un tentativo di studiare la felicità momento per momento su larga scala ha portato l’autore a creare una app per monitorare la felicità nella vita reale.

I risultati suggeriscono che la felicità è molto influenzata dalle esperienze vissute nel qui ed ora ed uno dei più importanti predittori della felicità sembra essere un attività che spesso facciamo senza accorgercene, quell’attivita mentale detta fantasticare o vagare con la mente o rimuginare.

Come esseri umani possediamo una abilità cognitiva unica e potente che è quella di focalizzare la nostra attenzione su altro da cio che sta avvenendo nel qui ed ora. Uno può star seduto alla scrivania e pensare a qualcosa di assolutamente altro, le vacanze appena terminate, quale panino mangiare a pranzo, o sentirsi preoccupatoper una multa che potrebbero affibbiarmi per divieto di sosta.

Questa abilità è estremamente importante poiché ci permette di apprendere e pianificare in una maniera che le altre speci viventi non possono fare. Non è ancora chiara però la relazione tra questa capacità e la felicità.

La vita è adesso

Se è vero che la vita e adesso e la felicità e una sensazione puntuale e finita legata ad un esperienza precisa, corporea immedita, quindi nel momento attuale, vagare con la mente, fantasticare, allontana dalla felicità. D’altra parte, quando la mente vaga, non ci sono costrizioni, si può cambiare la realtà fisica che ci circonda. Felicità sembra essere spesso associata alla ricerca di un posto migliore di quello in cui viviamo, di una realtà che vorremmo lasciarci alle spalle. Sembra che il piacere che ci da la mente ci permetta di accrescere la felicita con il fantasticare.

Ma siccome c’è differenza tra la felicità e la ricerca della felicità, Killingsworth ha cerato di raccogliere i dati attraverso una app, chiamata trackyourhappiness.org.

Come funziona? Le persone che hanno scaricato la app hanno ricevutodurante la giornata delle domande nelle quali il ricercatore chiedeva qual’eral’esperienza che stavano provando in quel preciso momento.   L’idea di fondo era che possiamo osservare l’andamento della felicità nel corso della giornata e provare a comprendere quali aspetti, per esempio cosa uno sta facendo, con chi è, a cosa sta pensando, e ogni altro fattore connesso alla nostra esperienza di maggiore o minore felicità.

Alle persone venivano poste 3 domande, la prima era come ti senti con una scala di risposta che andava da molto male a molto bene, la seconda sifocalizzava sulle attività cosa stai facendo? Su una lista di 22 attvità tra cui mangiare, lavorare o guardare la tv, la terza si focalizzava sul mind wandering stai pensando a qualcos’altro mentre stai facendo quella attività? La gente poteva rispondere a questultima domanda con un no (sono focalizzato su cio che sto facendo) o si (sto pensando a qualcosaltro). E stato inoltre chiesto se cio a cui stavano pensando era piacevole, spiacevole o neutro. Sono stati raccolti oltre 650,000 real-time reports da oltre15,000persone che vanno dai 18 agli 80 anni con diversi livelli di reddito, educazione, stato civile ecc, rappresentanti 86 categorie occupazionali di oltre 80 stati

Cosa è emerso? Prima di tutto che la gente vaga un acco con la mente! Il 47% del tempo la gente lo passa a pensare a qualcosa di diverso da cio che sta facendo. Pensateci mentre sarete in una riunione o in auto…. Questa percentuale dipende da cio che la gente sta facendo? Esaminando 22 attivita, si distribuiscono su un continuum che va dal 65 % quando ci si fa una doccia, al 50 quando si lavora, al 40 quando ci si sta esercitando (fisicamente). La percentuale del tempo passato a fantasticare si riduce ulteriormente fino al 10% col sesso. In ogni attività, a parte il sesso, comunque, la gente tende a vagar con la mente per un 30% del tempo, cosa che suggerisce che il fantasticare non solo è frequente, ma è pervasivo di ogni attività. In che modo il fantasticare e connesso alla felicità? Abbiamo notato che la gente e meno felice se vaga troppo con la mente. Inoltre l’effetto di questa variabile sembra molto importante; infatti il vagare della mente e la presenza sul qui ed ora sembrano essere predittori di felicità molto piu dei soldi. Si potrebbe obbiettare che vagare con la mente contribuisca alla felicita nel momento in cui permettdi allontanarsi da una situazione brutta; certo, di fronte ad una situazione dolorosa, il fantasticare puo aiutare a raggiungere un allontanamento dal malessere, comunque sembra che la gente sia meno felice mentre fantastica qualunque cosa stia facendo.

I dati ricavati evidenziano una forte relazione tra il fantasticare e l’essere infelici poco dopo, mentre non sembrano esserci relazioni tra lessere infelici ed il fantasticar poco dopo. ciò porta a pensare che che il vagare con la mente rappresenti una causa e non una conseguenza dell’infelicità.

Perché ciò succede? Gran parte delle motivazioni stanno nel fatto che quando la mente vaga, elabora, fantastica, spesso pensiamo a preoccupazioni, problemi, rimpianti, pensieri che hanno una grande relazione con l infelicità. Anche se stanno pensando a qualcosa di neutro, e le persone sono comunque meno felici di quando non fantasticano.

In sintesi, non possiamo smettere di vagare con la mente, la nostra capacità di rivisitare il passato per confrontarlo con il presente e progettare il futuro è una capacità estremamente importante e, in fin dei conti, inevitabile. I risultati della ricerca di Killingswort evidenziano che il rimuginare o il vagare con la mente molto spesso non favorisce un miglioramento della qualità della vita. se impariamo ad impegnarci davvero nel presente possiamo fronteggiare meglio i momenti difficili e trarre il meglio da quelli buoni.

more info

www.ted.com/speakers/matt_killingsworth

Scritto sul corpo

22 Giu
giugno 22, 2014

122014-06-22-16-25-11--20854395862014-06-22-16-25-53--716907426

Davanti all’irrazionalità della vita umana, al ripetersi periodico di errori già commessi, il corpo oppone attraverso l’amore l’unica forma di resisenza possibile: alla distruzione dell’ambiente come alla irrazionalità e alla violenza brutale delle ideologie. 

Il corpo è oggi il nostro estremo campo di battaglia, perché dobbiamo viverer nel nostro corpo, e non è facile. Il corpo è la casa, la vera casa. La violenza che ci circonda, nel nostro mondo, è soprattutto una violenza sui corpi. Persino internet tende a smaterializzare, a farci perdere il rapporto vitale con noi stessi.

Mario Baudino

La Stampa, 22 giugno  2014,  pag. 27

Il corpo come campo di battaglia e come casa, come esterno e come interno, luogo sicuro, ma anche di contatto e scontro.

Il corpo, per questa duplicita’ intrinseca, è costantemente soggetto a tensioni che si manifestano in comportamenti  o si sentono con emozioni e stati fisici.

Il corpo è da vivere perchè è vivo, perchè è in costante evoluzione e ci obliga al presente, al qui ed ora.

La psicoterapia cognitiva, in un video

20 Giu
giugno 20, 2014

È con grande piacere che si guarda questo video in cui i miei maestri di psicoterapia, riferimenti della psicoterapia cognitiva italiana come Bruno Bara, Giorgio Rezzonico e Mario Reda ed un amico e collega come Davide Armanino raccontano l’esperienza del cognitivismo italiano, le sue peculiarità, gli obiettivi della psicoterapia. È un video che ha il pregio di essere dialogo e di raccontare una storia, ma anche di spiegare in pochi minuti quali sono le basi e le tecniche terapeutiche del cognitivismo, come si sono evolute nel tempo e mette in luce con levità ed autorevolezza l’importanza della relazione nel percorso di cura.

http://m.youtube.com/watch?v=_4n690bCP9Y

bgb

FAST FOOD: Chi sta di meno a tavola ingrassa di più

09 Mag
maggio 9, 2014

Pubblicato Giovedì, 01 Maggio 2014 ( Venerdì di Repubblica) –

Chi sta di meno  a tavola  ingrassa di più Chi mangia in fretta ingrassa : lo dice uno studio condotto da Christoph Beglinger, docente del dipartimento di biomedicina dell’Università di Basilea, appena pubblicato su Physiology & Behavior. La ricerca è stata effettuata su 20 persone con peso normale e 20 sovrappeso. A tutti è stata data al mattino una bevanda nutritiva, da consumare a stomaco vuoto, senza restrizioni. Ogni tre minuti i soggetti dovevano fornire indicazioni sul livello di sazietà raggiunto. Se gli individui sovrappeso erano in media sazi dopo dieci minuti, assumendo 85 chilocalorie al minuto, gli snelli, si saziavano dopo quindici minuti, assumendo però solo 50 chilocalorie al minuto . Le persone sovrappeso bevevano quindi più rapidamente e assumevano in media 100 calorie in più. Proprio per colpa della velocità. «Si mangia di più, e quindi si ingrassa, quando non si dà all’apparato digerente il tempo di secernere gli ormoni (come il glucagone) che inviano al cervello il segnale necessario a generare lo stimolo della sazietà » dice Beglinger. «La fretta a tavola è una malattia contemporanea: per mangiare ci si prende sempre meno tempo». Ma così, spesso, invece di mangiare meno si mangia di più.

Close-up-Wheat

 

23 Gen
gennaio 23, 2014

psicopub

Odori, aromi, sapori…..tra natura e chimica

02 Gen
gennaio 2, 2014

cannella

Come scegliamo gli alimenti? cosa ci guida nella scelta di cosa mangiamo? cosa c’è davvero dentro i cibi? come può succedere che il gelsomino serva a insaporire un brodo di pollo?

Queste ed altre domande trovano una risposta nell’articolo di Francesco Pacifico apparso su IL del dicembre scorso. Con un a scrittura leggera, ma documentata, Pacifico ci porta a visitare una delle maggiori aziende di aromi del mondo e ci aiuta a dare uno sguardo sul futuro della produzione del cibo. Un futuro non così lontano…..

 

Particelle alimentari

di Francesco Pacifico da IL Magazine del 22 novembre 2013

Durarome® è il leader del mercato nella tecnologia di incapsulazione del sapore. Le molecole di sapore vengono incapsulate una a una. Il sapore si conserva. Quattro anni di shelf life in più. Constant flavor profile: il sapore si mantiene. La capsula Durarome® si dissolve solo in acqua, non nel grasso né nell’alcol. Dichiarata stabile nei test per pH, colore e qualità organolettiche».

fragole

(Sembra un racconto di fantascienza di George Saunders, di David Foster Wallace, l’ho preso da un pdf di Firmenich, la multinazionale svizzera degli aromi naturali e artificiali che sono andato a conoscere in New Jersey a inizio ottobre. Di cosa sia fatta la nano-capsula, non mi è stato detto.) Prendiamo il sapore di fragola. Strawberry Durarome®. Ecco un modo naturale per creare l’aroma di fragola. Quando le aziende confetturiere processano la fragola, la cuociono per la marmellata, la cottura crea vapore, nel vapore ci sono le molecole che danno sapore. Si cattura il vapore, lo si precipita facendolo tornare liquido: così hai l’essenza di fragola magra: senza lo zucchero. Una fragola contiene 350 molecole circa. Danno forma, sapore, odore, testura, colore. Solo alcune determinano il sapore. Se ti tappi il naso e assaggi una fragola… non sa di fragola: perché la “fragola” dei nostri ricordi di fragola è tutta nell’odore. Si prende l’effluvio di fragola, lo si concentra, lo si cattura in una matrice che è come un nano-uovo, una capsula in cui molecola per molecola rimane protetto, non si ossida, resiste al processo di produzione. Poi, nel prodotto alimentare in cui è inserito – per esempio una barretta di cereali a basso contenuto di zuccheri – lo metti in bocca, con la bocca, con la saliva che ha gli enzimi che le sciolgono, apri le nano-capsule, liberi il sapore, e il distillato di fragola ti va nel naso: perché è col naso, tramite le vie aeree che in fondo al palato collegano la cavità orale a quella nasale, che senti il sapore di fragola. L’esistenza della nano-capsula navicella del sapore di fragola è una delle scoperte che ho fatto incontrando tre italiani che lavorano in Firmenich, una delle quattro multinazionali che dominano il mondo di flavors e fragrances, che inventano sapori e odori che vanno nel cibo processato, nei bagnoschiuma, nei profumi.

 

Il riassunto di come funziona la percezione dell’aroma me l’ha fatto due settimane dopo, via Skype, Riccardo Accolla, Science and Technology manager, ingegnere biomedico, dottore in Neuroscienza, esperto della percezione di gusti e odori. A Firmenich si occupa dell’innovazione nella modulazione del gusto. Le sue ricerche contribuiscono a rendere accettabile il sapore di prodotti per health and wellness. «Spesso quando togli grasso e zuccheri hai un problema di gusto». Riccardo spiega ai clienti quali sono i margini per dare gusto a una cosa senza grasso e zucchero, che è «lo state of the art della scienza del gusto, dove siamo come scoperte sui recettori del gusto».

La percezione dell’aroma è una cosa complessa. Dopo la vista e l’olfatto, i cinque gusti percepiti dalla lingua (amaro, salato, dolce, aspro, umami – ossia il savoury, il gusto rotondo delle cose deliziose) devono dividersi l’attenzione cerebrale con i recettori della consistenza e il cosiddetto sistema trigeminale, che si occupa di sensazioni come freddo e caldo, del cooling, tipo la menta, del piccante, del tingling (il solletico dato per esempio dall’anidride carbonica). Questo sistema trigeminale va al cervello attraverso il nervo trigeminale e non ha a che fare col gusto, ma al gusto si associa nella sintesi cerebrale di un sapore. Questi tre sistemi, che iniziano da recettori tutti diversi e separatamente vanno al cervello, poi si riuniscono in una zona del cervello adibita alla percezione dell’aroma: la corteccia orbitofrontale. Lì si pensa avvenga la percezione dell’aroma come cosa intera. E «se conosci i fattori che influenzano l’aroma, puoi ricostruire gli aromi in laboratorio».

I flavorists di Firmenich, nasi fini e chimici esperti, trovano in cibi diverse molecole aromatiche uguali. Il caproato d’etile, per esempio, è una molecola aromatica in comune tra vino bianco, ananas e gorgonzola. Si può estrarre da uno dei tre per riprodurre il sapore di uno degli altri. I flavorists trovano le risonanze fra cibi diversi. Hanno una formazione di cinque-dieci anni, sono bibbie ambulanti del sapore. Firmenich nel mondo ne ha 95 in tutto, di cui solo 5 master. Si può fare un aroma di cioccolato minimizzando il cacao, se quest’anno ne hai poco perché c’è una guerra civile in Costa d’Avorio: vai a cercare la molecola giusta nel grano. Per ricostruire l’aroma di un brodo di pollo, certi ortaggi e certi legumi hanno una molecola che può contribuire al bouquet da laboratorio. (Il racconto di Riccardo precipita continuamente nel vago, per segreto industriale.) Implorato di darmi un’immagine, mi concede: «Per dare la sensazione di carne per un brodo di pollo… sono state utilizzate tra le altre alcune molecole del gelsomino…».

Gita in azienda
Due settimane prima. Arrivo da una gita in treno e poi in taxi nel verde fra ville e sedi di corporation, fa fresco, c’è il sole, è il New Jersey rurale, il Garden State. Trovo un laghetto con al centro qualche spruzzo verticale artificiale, giardini curati, l’ombra leggera, a macchie, delle conifere contro gli edifici a due piani tutti mattone e vetro. Un camion della Pepsi per rifornire i dipendenti, e un cart parcheggiato davanti all’ingresso dell’edificio principale. Le costruzioni sono tutte collegate da passerelle coperte. Nell’atrio, piccolo, con una segretaria di mezza età poco formale, le pareti sono coperte di frasi a effetto sulla questione aromi-ricordi. Una farfalla finta che svolazza attaccata con un filo rigido a una base a energia solare. Su delle semplici mensole di vetro smerigliato trovo shampoo, bagnoschiuma e deodoranti che uso abitualmente o ho usato nella vita. I prodotti di cui si usano le fragranze sono esibiti all’entrata, quelli che usano gli aromi Firmenich sono in mostra privata sulle mensole di Aldo Uva, president e ceo Flavors Worldwide (l’altra divisione è Fragrances), nel suo ufficio, dove intervisto lui e altri due italiani, Riccardo, già detto, e Giovanni Battistini, global director Taste Modulation. Onestamente, questo non è un reportage: primo, perché non ho occasione di visitare i luoghi dove si fa ricerca, dove i flavorists inventano le soluzioni per riprodurre chimicamente i sapori; secondo, perché la conversazione verte solamente sul ruolo dei produttori di aromi naturali e artificiali nell’affrontare piaghe presenti e future come obesità e malnutrizione, riscaldamento globale ed erosione del suolo. Dalla nostra conversazione rimangono fuori i cosiddetti temi scomodi (si veda il box a sinistra), e io non sono un giornalista d’inchiesta. Nella sede di Firmenich si impone – e mi conquista e appassiona – il tema del futuro del pianeta: sovrappopolazione, esaurimento delle risorse, malnutrizione, obesità, impatto del riscaldamento globale sulla disponibilità di cibi. In questo scenario, il compito degli insaporitori è rendere sopportabile un futuro prossimo (2030) di razioni k travestite da cibo normale. Hamburger di legumi al sapore di pollo. Barrette ipernutritive al sapore di nocciolina per bambini poveri.

 

Quale terapia per la bulimia nervosa?

05 Dic
dicembre 5, 2013

Tutte le psicoterapie sono uguali perché agiscono su fattori aspecifici? Un interessante studio proposto da Riccardo Dalle Grave evidenzia come la CBT (Terapia Cognitivo Comportamentale) rappresenti il trattamento più indicato per la Bulimia Nervosa.

Enhanced CBT Bests Psychoanalysis for Bulimia

An enhanced form of cognitive-behavioral therapy (CBT) for bulimia nervosa (BN) is far more effective than psychoanalytic psychotherapy, new research shows.

“CBT is a highly effective treatment for bulimia nervosa and clearly more effective than the version of psychoanalytic psychotherapy tested in this trial,” study investigator Stig Poulsen, PhD, associate professor, the University Clinic, Department of Psychology, University of Copenhagen, in Denmark, told Medscape Medical News.

“Still, a large percentage of the patients were not helped sufficiently for their bulimia by CBT. This suggests that further development of treatments for bulimia nervosa is still relevant,” Dr. Poulsen said.

The study was published online November 26 in the American Journal of Psychiatry.

CBT Significantly More Effective

BN is characterized by recurrent episodes of binge eating, extreme weight control behaviors, and overevaluation of shape and weight. The researchers note that in Denmark and other European countries, psychotherapy is the mainstay of treatment for eating disorders.

Recent research suggests that although psychotherapy is as effective as CBT for BN, it is “slower to operate.”

To compare psychoanalytic therapy and CBT, the investigators conducted a randomized, controlled trial in which 70 adults with BN were randomly assigned to 2 years of weekly 50-minute sessions of psychoanalytic psychotherapy or 20 sessions of enhanced CBT delivered during a period of 5 months.

The psychoanalytic psychotherapy for BN was developed by Dr. Poulsen and a colleague and is based on the assumption that bulimic symptoms are rooted in a need to ward off inner feelings and desires and in difficulties acknowledging and regulating those feelings.

Accordingly, the therapy strives to increase the capacity to reflect on and tolerate affective experience and to facilitate insight into the mechanisms hiding unconscious and disavowed aspects of the patients, the authors explain.

The enhanced CBT was developed by Christopher Fairburn, FMedSci, FRCPsych, who also worked on the current study. It aims to actively engage patients in modifying their eating disorder psychopathology with procedures and strategies addressing dietary restraint, concerns about shape and weight, events and associated mood changes influencing eating, and the development of skills to deal with setbacks.

In the study, both treatments led to improvement in BN symptoms, but CBT was much more effective.

After 5 months, 42% of the CBT group and 6% of the psychoanalytic psychotherapy group had stopped binge eating and purging (odds ratio [OR], 13.40; 95% confidence interval [CI] 2.45 – 73.42; P < .01).

At 2 years, 44% of the CBT group and 15% of the psychotherapy group had stopped binge eating and purging (OR, 4.34; 95% CI, 1.33 – 14.21; P = .02).

Both treatments led to substantial improvements in effects on global eating disorder features and general psychopathology, but in general, these improvements took place more rapidly in the patients in the CBT arm.

“CBT is the preferred treatment for the disorder when compared with the version of psychoanalytic psychotherapy tested in this trial,” the investigators write.

But the fact that at 2 years, 56% of the patients in CBT still had episodes of binge eating and purging and 31% still met the diagnostic criteria for BN means “further treatment developments are needed,” they add.

Shorter Duration, Less Costly

Commenting on the study for Medscape Medical News, Riccardo Dalle Grave, MD, Department of Eating and Weight Disorders, Villa Garda Hospital, Garda, Italy, who was not involved in the study, said the findings “contradict the general opinion that all psychological treatments produce similar outcomes because they work through common nonspecific factors.”

Enhanced CBT “not only was markedly more effective than psychoanalytic psychotherapy but achieved this outcome with a shorter and consequently less costly treatment,” Dr. Dalle Grave added.

In addition, he said, the study had “a good internal and external validity, a combination rarely achieved by the randomized, controlled trials of psychological treatments.”

As noted by the authors, Dr. Dalle Grave also pointed out that the small sample size is a limitation of the trial. The lack of a control group is another limitation, one that makes it unclear whether similar improvements of global eating disorder psychopathology and general psychopathology observed after 24 months is attributable to the 2 psychological treatments or to other factors.

The study was supported by the Danish Council for Independent Research/Humanities, the Egmont Foundation, and the Ivan Nielsen Foundation. Dr. Fairburn reports receiving royalties from the sales of the CBT-E Treatment Manual. The other authors and Dr. Dalle Grave report no relevant financial relationships.

Am J Psychiatry. Published online November 26, 2013. Abstract

NOIA: IL VUOTO DI VIVERE

01 Dic
dicembre 1, 2013

La noia è un emozione che confina con la depressione ed è spesso alla base di comportamenti che segnalano disagio come le abbuffate di cibo o il gioco patologico.

Cos’è la noia

Potrei uscire, andare a fare shopping, passeggiare, non ho vincoli economici….ma non riesco, non ho mai tempo, potrebbe arrivare lui, magari hanno bisogno di me in casa…..non posso non esserci. Devo stare in casa, non posso fare quel che voglio….e mangio.

Mi alzavo al mattino e pensavo “ancora una giornata così….senza far nulla: da spararsi” è stato un periodo terribile, una calma piatta, mortale.

La noia è una delle emozioni più frequenti e meno esplorate dell’esperienza umana. Libri, canzoni e articoli sono stati prodotti a proposito, ma si ha sempre la sensazione di scrivere sulla sabbia, di aver a che fare con un oggetto impalpabile e sfuggente, un oggetto che più provi a definire,  e più ti perdi.

Heidegger la definisce “vagare qua e là nell’abisso dell’esistenza come una nebbia muta”.

Come una nebbia che rende difficoltoso orientarsi, che attutisce tutto, che non si capisce dove comincia e dove finisce. Una sensazione che stranisce e annienta, che rende difficile muoversi perché è difficile capire dove sto andando, una sensazione che blocca perché hai la strana sensazione che sia la soluzione meno peggio.

La noia è un emozione e come tale coinvolge il corpo in maniera intensa. La noia è stanchezza, pesantezza, irrequietezza, fatica, una sensazione fisicamente disagevole dalla quale, prima o poi, sembra essere necessario uscire attraverso azioni di segno opposto come l’abuso di alcool o droghe, le abbuffate di cibo o il gioco patologico.

La noia sembra essere il filo conduttore che unisce apatia, depressione, incapacità a provare piacere per la vita con le situazioni caratterizzate da dipendenza da sostanze o da comportamenti in grado di permettere una scarica adrenalinica come l’andar forte in macchina, mettere in atto condotte sessuali a rischio o la violenza verso se stessi o gli altri.

noia 3

Da dove arriva la noia

Alcuni studiosi collegano la noia all’incapacità di controllare l’attenzione, o meglio, di direzionare l’attenzione verso un obiettivo specifico e rilevante. La noia rappresenta uno stato di scollamento dall’ambiente circostante dovuto ad un eccesso di pensieri, detto rimuginio, che coglie la persone e la porta, come in un vortice, lontana dalla propria realtà, dai propri obiettivi, da se stessa, in ultima analisi.

E una sensazione che conduce alla perdita di senso di ciò che si sta vivendo o facendo, al chiedersi incessantemente “che senso ha?”

Andare al cinema e continuare a pensare che il vestito che ho indossato forse non mi sta bene non mi farà apprezzare il film che sto vedendo, mi farà venire, alla lunga, una fastidiosa sensazione che “tutto ciò che faccio non ha sapore”, mi porterà a cercare una soluzione immediata in una vaschetta di pop corn e poi in un aperitivo alcolico per provare ad essere più allegra. Non stare sul momento presente, sul film che sto guardando e sulle emozioni che mi sta facendo provare, mi porta ad annoiarmi, a cercare una soddisfazione immediata in un sapore forte (il salato del pop corn o il dolce del cioccolato).

Se la noia è il segnale della perdita di contatto con se stessi, ci dobbiamo chiedere perché ciò sta’ accadendo, perché, in un certo momento della nostra giornata, ci “è dolce naufragare in questo mare”, perché se questo succede ci deve essere un significato, forse abbiamo bisogno di staccarci da una realtà che può apparirci dolorosa, fastidiosa, ma soprattutto, immodificabile. Se perdiamo il nostro senso nella nostra realtà è perché o c’è un danno organico che ci impedisce di mettere assieme i pezzi e di focalizzarci sul momento (come accade negli esiti di trauma cranico) o stiamo vivendo una situazione di vita in cui non consideriamo possibile e lecito dare priorità e senso a noi stessi.

Come fare con la noia

E’ sempre utile ricordare che la realtà è anche data da come noi la costruiamo, dai pensieri che produciamo e dal valore che decidiamo di attribuirvi. Se decido che il pensiero “ho un vestito schifoso e mi si vedrà la pancia” oppure “nessuno mi valorizza sul lavoro” diventa prioritario su tutto il resto, il momento che vivo sarà colorato da quel pensiero che tenderà ad assumere valore di realtà e non di interpretazione personale della realtà. Così facendo seguirò il corso dei pensieri e tenderò a dimenticarmi delle sensazioni che provo sulla poltrona del cinema, del film che sto vedendo, della persona che è a fianco a me.

Spesso ci dimentichiamo che i pensieri sono volatili, come diceva Carducci “va il cacciator mirando, stormi d’uccelli neri, com’esuli pensieri nel vespero migrar”.

Affrontare la noia significa stare su di sé, dar valore all’esperienza presente, al corpo, alle emozioni del momento, ai piccoli risultati della giornata, alle sensazioni di benessere.

Spesso la noia segnala anche una difficoltà ad adattarsi ad una realtà percepita come inadeguata alle nostre aspettative, affrontare la noia significa, in primis, fare i conti con la nostra realtà e provare ad accettarla per iniziare a cambiarla.

Aspetto fisico e Immagine corporea. Sono davvero come mi vedo?

14 Nov
novembre 14, 2013

Il grado di accettazione del corpo è molto influenzato dal criterio di bellezza in vigore nella cultura di appartenenza e da alcune “regole sociali” come la pressione sociale sulla magrezza e i pregiudizi sull’obesità. La forma fisica, l’attenzione al corpo, al cibo e alle forme del corpo sono tra gli argomenti privilegiati dall’opinione pubblica occidentale e tale interesse pervade in molte forme la cultura e i mezzi di comunicazione di massa.

Garner e Wiseman hanno esaminato il peso corporeo di tutte le partecipanti alla fase finale del concorso di Miss America e delle modelle della pagina centrale di Play Boy dal 1959 al 1978 e dal 1979 al 1988. E’ emerso che il peso delle miss e delle modelle era sempre significativamente inferiore a quello delle tabelle di peso ideale e che negli ultimi anni il peso era sceso considerevolmente, al contrario di quanto succedeva per le giovani dei paesi occidentali che sono progressivamente aumentate di peso.

Quel che si è venuto così a creare è uno scarto notevole tra l’aspetto fisico reale e quello ideale veicolato dai mass-media e dalla cultura  con la conseguenza che l’insoddisfazione per il proprio corpo e le pratiche dietetiche sono diventate estremamente diffuse tra i giovani.

L’Immagine corporea: un concetto fortemente soggettivo

La rappresentazione del corpo è frutto di un processo di costruzione in cui il dato oggettivo è solo una parte; esso, definito come “aspetto fisico”, racchiude quei dati oggettivamente rilevabili quali peso, altezza, colore della pelle, degli occhi e dei capelli, caratteristiche antropometriche, segni particolari. Al fine di rendere evidente l’importanza del processo cognitivo-emozionale alla base della costruzione della rappresentazione del corpo, è stato introdotto il concetto di “immagine corporea” che rinvia al modo in cui il corpo viene pensato, percepito, valutato. Un concetto fortemente soggettivo che rispecchia l’individualità del soggetto e che ha che fare con i processi di costruzione dell’identità.

L’aspetto fisico è la nostra carta d’identità esteriore cioè come siamo oggettivamente.

L’immagine corporea è il modo in cui pensiamo, percepiamo e valutiamo il nostro corpo “dal di dentro”.

L’immagine corporea appare quindi come una rappresentazione complessa che una persona fa su di sé e quindi estremamente soggettiva e personale, non legata ad aspetti oggettivi. Tale rappresentazione è costituita da

  • una componente percettiva (come mi vedo, quanto sono accurata nel misurare la circonferenza delle cosce o dei fianchi)
  • una componente affettiva (emozioni e sensazioni connesse al corpo, i giudizi che arrivano dagli altri, i confronti in palestra o in spiaggia)
  • una componente comportamentale (ciò che uno fa in base a come si sente, evitare le maglie aderenti o le gonne strette se si sente troppo grassa)

La pressione alla magrezza incide in maniera pesante sulla componente affettiva dell’immagine corporea. Se consideriamo infatti che un’adolescente è alla ricerca di modelli comportamentali e di personalità accettati dal proprio gruppo, l’essere magra (e quindi bella, desiderabile e di successo) rappresenta un obiettivo in grado però di alterare la capacità soggettiva di valutare il proprio corpo e di comportarsi in maniera adeguata.

Cosa significa avere un’immagine corporea negativa

Lo studio dell’immagine corporea è la ricerca di caratteristiche che permettano di differenziare un’immagine corporea “normale” da una “patologica” su un continuum che va da una moderata preoccupazione ad un livello estremo. Il livello più elevato di disturbo è associato a gravi problemi in ambito sociale, interpersonale e lavorativo e a comportamenti disturbati tipici del disturbo dell’alimentazione quali digiunare, abbuffarsi o usare condotte di eliminazione.

L’immagine corporea negativa può essere caratterizzata da un disturbo percettivo e da alcune caratteristiche cognitivo-affettive e comportamentali.

Disturbo percettivo

Il disturbo percettivo si riferisce alla presenza di uno stacco tra l’apparenza attuale e la rappresentazione mentale di sè. La percezione corporea è sovrastimata in certe condizioni trigger come ad esempio l’umore negativo, l’assunzione di cibi ritenuti ricchi di calorie, il vedere immagini di donne magre sui giornali, il periodo premestruale, i giudizi, l’andare incontro a fluttuazioni ponderali.

Caratteristiche cognitive ed affettive

A differenza di chi presta una normale attenzione al proprio aspetto fisico, chi possiede un’immagine corporea negativa presenta un’intensa preoccupazione per il peso e le forme corporee che, sebbene possa essere presente durante la giornata, si accentua in alcune situazioni come i pasti e le occasioni sociali. L’individuo con un’immagine corporea negativa è costantemente ansioso, imbarazzato e vergognoso di sè perchè ha la convinzione che il suo aspetto fisico riveli la sua inadeguatezza personale. L’aspetto centrale del disturbo cognitivo dell’immagine corporea è la tendenza ad associare il valore personale all’apparenza; ciò innesca una serie di pensieri e convinzioni tipo “il mio aspetto è orrendo, gli altri lo noteranno e penseranno che sono senza controllo e inadeguata. Sono una persona senza valore”.

Caratteristiche comportamentali

Chi ha un’immagine negativa di sè tende ad evitamenti, comportamenti di controllo e rassicurazioni. L’evitamento di situazioni sociali spesso è attenuato dall’utilizzo di forme per “mascherare” l’apparenza indossando abiti con caratteristiche particolari per forma e colore, adottando posizioni per nascondere alcune parti del corpo o evitando situazioni in cui è impossibile utilizzare tali strategie (la spiaggia, la palestra). I comportamenti di controllo riguardano il costante ispezionare di presunti difetti fisici guardandosi allo specchio, pesandosi spesso o tastandosi alcune parti del corpo. Il confronto con altri e la ricerca di rassicurazioni risultano la terza modalità comportamentale tipica di chi ha un’immagine corporea negativa.

Se vuoi saperne di più:

Stress e fertilità: quando un bambino non arriva

07 Nov
novembre 7, 2013

Può lo stress influire sulla fertilità? Può lo stress rendere difficoltosa una gravidanza?

Maternità e paternità contribuiscono, rispettivamente, a costruire il senso di identità femminile e maschile e sono pertanto percepiti, anche socialmente, come passaggi rilevanti nel percorso di vita. La difficoltà nella procreazione rappresenta pertanto un momento di crisi significativa nel percorso sia personale che di coppia con ripercussioni ampie e non sempre prese adeguatamente in considerazione.

Per infertilità s’intende l’incapacità di portare avanti una gravidanza fino ad un’epoca di vitalità per il feto e si sospetta dopo almeno due aborti spontanei entro il primo trimestre di gestazione.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) calcola che circa il 20% delle coppie sono affette da qualche forma di sterilità! Quindi il legittimo desiderio di maternità e di paternità si scontra di sovente con l’impossibilità di realizzarsi.
Difatti il desiderio di un figlio, che sembra essere un evento naturale, semplice ed intimo, si configura come irrealizzabile.

Queste coppie si trovano a vivere nella maggior parte dei casi una vera e propria “crisi della sterilità” con solitudine e con la convinzione di dover subire una “punizione” o comunque di essere in qualche modo “diverse”.

I progressi nella procreazione medicalmente assistita possono offrire una speranza a molte coppie sebbene esistano dei limiti sia in termini di copertura medica che di riuscita. La medicalizzazione dell’infertilità ha purtroppo lasciato in ombra gli aspetti emotivi dell’esperienza che vive la coppia tra cui  il senso di perdita di controllo, il vissuto di inefficacia personale e sociale, la sensazione di interruzione del percorso personale di sviluppo e di crescita, lo stress prolungato. Gli studi sull’argomento stanno evidenziando che il livello di stress correlato  ai trattamenti di fertilità influenza il fallimento degli stessi e la percentuale di gravidanze.

La psicologia si interroga fino a che punto la mente è coinvolta nell’infertilità e quanto la difficoltà al concepimento, e i trattamenti medici ad essa legati, determini una situazione di sofferenza che può sfociare in una sindrome depressiva. Alice Domar, psicologa statunitense che ha curato una rassegna sulla letteratura in argomento, sottolinea che uno degli effetti più pesanti di tale situazione è il senso di perdita di controllo sul proprio progetto di vita: il fatto che ciò che era dato per scontato improvvisamente non lo sia più genera livelli di frustrazione e rabbia che mettono a rischio il benessere psicologico. E’ stato rilevato infatti che i livelli di depressione in un campione di donne con difficoltà nel concepimento è paragonabile a quelli misurati in campioni di donne con cancro, HIV o infarto.

E gli uomini? In genere, anche a causa di una maggior abitudine delle donne a consultare uno specialista del settore, il ginecologo, gli uomini si pongono con ritardo un problema circa la fertilità (magari con l’esecuzione di uno spermiogramma) e quando lo devono affrontare vivono un senso di inadeguatezza cui può seguire disinvestimento sul progetto procreativo o di coppia.

E’ quello del periodo di cura per la fertilità un periodo particolarmente delicato per la coppia poiché la donna si trova a dover tollerare una serie di stress sia fisici che psicologici e a dover organizzare la propria vita e i propri tempi intorno al progetto procreativo con misurazioni e controlli, mentre il partner ha un ruolo di supporto fondamentale. Ma quanto influisce lo stress sul risultato dei trattamenti? Circa due terzi degli studi hanno evidenziato una correlazione tra livelli di stress e probabilità di successo a causa di una stretta relazione tra ormoni dello stress e ormoni sessuali per cui una difficoltà psicologica comporta una riduzione degli ovociti con tassi di fertilizzazione più bassi.

Fortunatamente, poiché i farmaci ansiolitici e antidepressivi sono controindicati, la psicoterapia, soprattutto ad indirizzo cognitivo comportamentale e gli interventi di supporto psicologico, soprattutto quelli focalizzati sulla gestione dello stress e sulla terapia di coppia si stanno dimostrando come particolarmente indicati per i pazienti con problemi di infertilità e rappresentano un’opportunità per il singolo e la coppia di affrontare con più risorse un periodo di vita particolarmente difficile.

Consigli per le  coppie che cercano un bambino senza stress

(American Psychological Association)

  1. Accettare la sfida: l’infertilità non è una colpa, ma una patologia. E’ bene elaborare la rabbia e la frustrazione con il supporto psicologico per evitare che lo stress aumenti     e diventi un ostacolo ulteriore

  2. Parlare del problema: bisogna parlarne, ma non a tutti: è necessario scegliere interlocutori che possano comprenderci

  3. Lavorare sul senso di colpa: è inevitabile che ci sia, ma non bisogna dargli corda!

  4. Chiedere aiuto: farsi supportare da uno specialista è importante affinche l’ansia non diventi ossessione e invada ogni momento della vita quotidiana

  5. Coltivare altri interessi: evitare di essere dominati da un unico pensiero, è importante mantenere vita sociale e coltivare interessi sia individuali che di coppia

  6. Informarsi sulle adozioni: anche se non è la scelta di questo momento è utile sapere cosa vuol dire, conoscere persone che lo hanno fatto, quali sono i passi

  7. Evitare lo stress: ricorrere a tecniche di rilassamento quali yoga o fare attività fisica per ridurre tensione nervosa e mantenersi in salute

Fonti

Ovadia D.: La ferita dell’infertilità, Mente e Cervello, Gennaio 2013

Cousineau T., Domar A.: Psychological Impact of infertility www.sciencedirect.com/science/journal

www.fiss.it